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BOOKS FOR BREAKFAST #34 – UNO STRANO CASO PER IL COMMISSARIO CALLIGARIS

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UNO STRANO CASO PER IL COMMISSARIO CALLIGARIS

Alessandra Carnevali

Newton Compton 

Adalgisa Calligaris ne ha fatta di strada, dopo avere lasciato il suo paese natale. Ha accumulato successi combattendo il crimine organizzato, ha sopportato minacce e pericoli. E ora il commissario ha deciso di concedersi un po’ di riposo. Quale posto migliore di Rivorosso? Al massimo dovrà acciuffare qualche ladruncolo. E lei, donna dura, brusca, per niente bella ma con un’intelligenza imbattibile, non ne è certo spaventata. E invece, a qualche ora dal suo insediamento, la tranquilla cittadina di provincia viene scossa dal rinvenimento di un cadavere. A trovarlo è Paolo Cortelli, idraulico trentacinquenne e marito fedifrago della parrucchiera del luogo. Il corpo è quello di Margot Cambiano, cittadina americana e ospite della Rosa e l’ortica, un centro per il benessere psicofisico nella campagna umbra, frequentato da una ricca clientela internazionale. È da lì che iniziano le indagini, che però lentamente coinvolgeranno tutto il paese: prima l’idraulico, poi la moglie, l’amante, il gioielliere… Ad aiutare Adalgisa c’è Carlo Petri, il medico legale, che ai tempi della scuola era stato il grande amore del futuro commissario…

Mi aspettavo moltissimo da questo libro. La trama è intrigante e l’autrice è simpaticissima. In parte le mie aspettative sono state soddisfatte, ma andiamo con ordine. Bellissime ambientazione e personaggi: la classica provincia italiana, sonnacchiosa ma tutt’altro che perfetta, dove sembra non succeda mai niente e poi ad un certo punto sbuca un cadavere. E non uno qualsiasi, bensì quello di una ricca fotografa americana ospite del centro locale di meditazione e yoga per vip “La rosa e l’ortica”. Attorno al cadavere, una girandola di personaggi davvero ben caratterizzati, ognuno con i suoi vizi e manie: la parrucchiera costantemente cornificata, il marito fedifrago e viveur, l’amante senza arte nè parte, i colleghi poliziotti con i loro pregi e difetti, gli enigmatici gestori del centro dei vip, gli ospiti più o meno famosi…. La Carnevali è bravissima a cucire addosso ad ogni personaggio il suo vissuto, così da rendere il lettore molto più coinvolto nella vicenda. Lo stile stesso è particolare: scorrevole ma per nulla banale, capace di sintetizzare in pochi tratti caratteri e peculiarità. Intelligente anche l’uso del dialetto e dello slang per caratterizzare al meglio certi personaggi. 

Un’altro motivo per cui leggere questo libro? Adalgisa, naturalmente! Finalmente un commissario donna che non punta per nulla sul fisico – anche perchè non potrebbe, ma chissenefrega – bensì sulla sua brillante mente e sulla sua logica deduttiva. Una donna pratica, che ha lottato contro la Camorra, che compra gli abiti alle bancarelle dell’usato per puro piacere e che non risparmia battute sarcastiche. Ecco, io l’adoro. 

Altro punto a favore del romanzo, il ritmo: si parte lenti ma non ci si annoia mai, dopo di che la tensione aumenta (e i cadaveri pure!) e l’indagine si fa più serrata. Bello anche il momento finale in stile Agatha Christie, con tutti i sospettati riuniti e il commissario che attraverso logica e deduzione tira le fila di quanto è accaduto. Qui però a parer mio l’autrice è un po’ scivolata: la spiegazione finale è un po’ tirata per i capelli, tutto viene scoperto un po’ troppo per caso e non tramite indizi e prove chiare disseminati nel racconto e anche quello che succede all’omicida (non posso dire altro!) nel momento finale è un po’ assurdo secondo me – e tra l’altro non fa fare una bella figura alla polizia!

In ogni caso queste piccole perplessità non hanno affievolito il piacere di leggere questo libro e continuerò a seguire con interesse le vicende della cara Adalgisa! Anche perchè il finale apre la via ad un gustoso seguito….

Infine, un grazie infinito va a Newton & Compton per la simpatia, la disponibilità e la bellissima opportunità di intervistare Alessandra Carnevali! Non perdetevi il “BREAKFAST WITH…” della prossima settimana per sapere cosa mi ha raccontato Alessandra!

INSTA AMSTERDAM

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Un volo per Amsterdam a 40 euro trovato in una mattinata di scazzo lavorativo trascorsa su skyscanner. Un’amica pronta a seguirmi nelle mie follie, che basta un whatsapp e lei mi risponde subito “prenota!”. Una città già vista con gli occhi di una diciottenne che girava l’Olanda con l’interrail. La stessa città che da anni mi chiamava ancora ma poi non era mai il momento. E allora ho cliccato davvero su “prenota”, ed ecco che a fine maggio ci siamo regalate tre giorni nella bella capitale olandese. Questo è il diario (insta)fotografico di questa nuova, piccola, splendida avventura. Tanto ormai lo sapete che ferma a casa troppo a lungo non ci so stare. (Infatti adesso sono in Provenza, ma questo è un altro post….) 

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SUMMER: TRAVEL STYLE

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In partenza. E stavolta per un mini viaggio on the road con le mie amiche, cosa che non accadeva da tempo e che non vedo l’ora di fare. Saremo 4, come in Sex and the City. Ci aspetta la Provenza, con i paesini arroccati, i campi di lavanda, le distese di girasole e i canyon color ocra. Davvero, manca un giorno e mezzo e io non vedo l’ora.  Per ingannare l’attesa, ho dato un’occhiata alla mia cartella “viaggi di stile” e ho ritrovato una serie di foto di look che trovo perfetti per una vacanza easy e rilassata tra borghi suggestivi, mercatini provenzali e giardini fioriti. Ed è proprio ispirandomi a questi scatti di alcune delle mie blogger preferite che farò la mia valigia. Un abitino, un top in pizzo, shorts e gonnelline, un paio di sandali. Le mie All Star rosa, un paio di occhiali da sole e un panama. Una borsa per il giorno e una pochette per la sera. Un giacchino, una collana importante e un paio di jeans.  Et voilà, valigia fatta. La voglia di partire c’è sempre, la macchina fotografica e pronta…. vi lascio alla gallery d’ispirazione e nel frattempo vi anticipo già che sui miei social, in particolare INSTAGRAM e FACEBOOK, potrete seguire il viaggio e vedere le millemila foto che farò con l’hastag #lavandaforbreakfast

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LA MIA LISTA DI COSE DA FARE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA #1

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Chi è solito bazzicare su questo blog lo sa bene: io il mondo lo voglio vedere tutto. Sia per la mia innata curiosità, sia perchè lo voglio anche fotografare tutto. E dato che il mondo è grande, bisogna darsi delle priorità 😉 Mi sono quindi divertita molto a immaginare la mia lista delle 150 cose più belle da fare viaggiando, una serie di esperienze che almeno una volta nella vita bisognerebbe fare. Ognuno di noi ha in testa il suo personale elenco, il mio non vuole essere certo esaustivo ma solo una traccia che mi porterò dietro nelle mie prossime avventure e, chissà, magari potrebbe ispirare qualche viaggio anche ad altri. Anzi, fatemi sapere cosa non potrebbe mai mancare nella vostra lista o cosa della mia invece avete già fatto oppure non fareste mai!

PS: in corsivo le esperienza già vissute 😉 

  1. Guardare il tramonto dalla Tour Eiffel – Parigi
  2. Passare un pomeriggio intero sull’Acropoli di Atene
  3. Fare aperitivo su un rooftop bar di Bangkok
  4. Visitare Petra – Giordania
  5. Visitare Israele
  6. Fotografare la lavanda in Provenza 
  7. Avvistare le balene in Islanda 
  8. Fare un safari in Africa per vedere gli animali liberi nel loro ambiente
  9. Nuotare con i delfini
  10. Fare l’interrail
  11. Fare una crociera tra i fiordi – Europa del Nord
  12. Andare a vedere la Casa di Babbo Natale – Lapponia
  13. Dormire in un igloo – Finlandia
  14. Bere un drink all’ice bar
  15. Fare shopping da Harrod’s – Londra
  16. Visitare il MoMA – NY
  17. Affittare una casa a Brooklyn – NY
  18. Andare al luna park di Coney Island – NY
  19. Camminare tra i tetti della città vecchia di Dubrovnik – Croazia
  20. Nuotare tra i grattacieli di Singapore
  21. Fare canoa ad Halong Bay – Vietnam
  22. Vedere l’alba (e il tramonto) a Bagan – Myanmar
  23. Visitare il mercato dei fiori di Bangkok
  24. Visitare i tunnel di Cu Chi – Vietnam
  25. Visitare Auschwitz – Polonia
  26. Salire sul campanile di San Marco – Venezia
  27. Entrare nel Colosseo – Roma
  28. Attraversare a piedi i ponti di Budapest
  29. Fotografare la “Moschea Rosa” a Shiraz – Iran
  30. Andare in mongolfiera in Cappadocia – Turchia
  31. Aspettare l’alba sul Gange a Varanasi – India 
  32. Vedere Riga dall’alto – Lettonia
  33. Visitare Tallin sotto la neve – Estonia
  34. Leggere Lolita a Teheran 😉 – Iran
  35. Perdersi nel Grand Bazar di Istanbul – Turchia
  36. Trascorrere una giornata ammirando il Taj Mahal – India 
  37. Vedere le Cascate del Niagara – Canada 
  38. Girare Amsterdam in bicicletta
  39. Guardare Hong Kong dall’alto 
  40. Perdersi tra i vicoli di Mala Strana – Praga
  41. Farsi fare un ritratto a Mont Martre – Parigi
  42. Vedere i leoni marini a San Francisco
  43. Farsi un selfie sotto la scritta Hollywood – California
  44. Percorrere la route 66 (magari in una cadillac!)
  45. Contrattare in Piazza Djema el Fna – Marrakech
  46. Fare una crociera sul Nilo e vedere le Piramidi
  47. Vedere Casa Batlò – Barcellona
  48. Salire sul London eye
  49. Farsi fare un abito su misura ad Hoi An – Vietnam
  50. Perdersi tra i templi di Angkor – Cambogia 
  51. Vedere un’opera all’Arena di Verona
  52. Vedere ciò che resta del Muro di Berlino
  53. Leggere gli scrittori russi a San Pietroburgo
  54. Ascoltare il fado a Lisbona 
  55. Mangiare pesce appena pescato ad Essaouira – Marocco
  56. Vedere New York al tramonto dallEmpire State Building
  57. Mangiare sacher torte a Vienna
  58. Ascoltare Jimi Hendrix in un viaggio on the road con mio padre
  59. Perdersi in una medina
  60. Fare il bagno nell’Oceano
  61. Salire su un Vulcano
  62. Dormire in una Casa Hobbit in Nuova Zelanda
  63. Andare in Malesia sulle tracce di Sandokan 
  64. Vedere i baobab in Madagascar
  65. Fare una crociera in Alaska
  66. Raggiungere l’Alhambra di Granada al tramonto
  67. Visitare un mercato galleggiante – Asia
  68. Andare in Bhutan
  69. Prendere l’Orient Express
  70. Visitare Aleppo e Damasco – Siria
  71. Fotografare i colori di Burano
  72. Dormire in un faro
  73. Girare la Scozia in auto
  74. Vedere una partita di calcio in Sudamerica
  75. Vedere i canguri e i koala in Australia

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BREAKFAST WITH… WULF DORN

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Come anticipatovi nell’ultimo post, un paio di settimane fa ho avuto il privilegio di partecipare ad un’intervista di gruppo con lo scrittore tedesco di best seller Wulf Dorn, di cui è appena uscito “Incubo” per Corbaccio. Wulf nei suoi romanzi sa essere molto cupo ma è stato bello scoprire che di persona invece è un uomo brillante e molto ironico. Abbiamo affrontato argomenti anche molto seri, come il dolore e la morte, ma al momento giusto lui aveva sempre una battuta per alleggerire la tensione. Eccovi quindi le domande più interessanti emerse da questo interessante confronto (per cui ringrazio molto lo staff della casa editrice Corbaccio, Wulf Dorn e la sua bravissima interprete):

1) Questo libro presenta una novità sostanziale rispetto ai precedenti: il protagonista è un ragazzo, non un adulto come negli altri libri, e il nemico è la paura. Perché questa scelta?
Questo romanzo affronta il modo di elaborare la paura della perdita, e per una volta mi interessava partire dal punto di vista di un ragazzo, perché trovarsi proprio nel momento di passaggio tra l’infanzia e l’essere adulti rappresenta secondo me un processo estremamente interessante, che tocca tutti. È il momento in cui ci troviamo di fronte alle nostre prime vere paure. Durante l’infanzia non hai mai paura di perdere qualcosa o qualcuno, tutto ciò comincia solo quando entri a far parte del mondo degli adulti. Proprio il tema della perdita assume dunque grande importanza, perché nel bambino non c’è mai l’idea di perdere qualcuno attraverso la morte, sei solo proiettato nella vita. Ma se, proprio in questo momento, fai sì che il tuo personaggio perda qualcuno, questa perdita acquisisce un’intensità maggiore che se avvenisse in un altro momento della vita.

2) C’è una scena che ti ha coinvolto particolarmente mentre scrivevi?
Una scena molto intensa secondo me è quella che si svolge nel vecchio hotel, quando i ragazzi lo scoprono e ci entrano per la prima volta. Trovo molto affascinante che dei personaggi giovani vadano incontro al passato attraversando queste rovine. C’è uno scambio tra presente e passato, è una scena molto emozionante, dove ho veramente provato la sensazione di essere lì con loro.

3) Secondo te è più difficile sopportare una grave perdita da giovani oppure ad una certa età?
Domanda difficile: però direi che in ogni fase della nostra vita affrontare questi dolori è sempre terribile. Quando sei giovane e inesperto, queste cose ti colgono impreparato e la grande difficoltà sta proprio nel fatto che non hai gli strumenti per reagire. Per quanto riguarda invece la mia esperienza personale, anche se ho dovuto affrontare questa cosa quando ero già ultraquarantenne, è stato comunque molto complicato, perché avevo costruito una relazione in tanti anni e poi avevo perso la persona alla quale avevo voluto bene, quindi è stato difficile affrontare la situazione, ma soprattutto accettarla, anche se in verità non è che hai molta scelta. L’unica cosa che puoi fare è accettare e provare a guardare avanti. Credo che in ogni fase della nostra vita questo tipo di esperienza sia complessa, così come trovare gli strumenti adatti per elaborarla.

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 4) All’inizio del libro scrivi “Niente dura per sempre. La sicurezza è un’illusione. Simon Strode fece questa amara esperienza un sabato di marzo”. Cosa significa per te sicurezza e quanto è importante essere al sicuro?
Direi che la sicurezza è ciò che ci dà stabilità. Nel vita dobbiamo tutti imparare che questa sicurezza non ci proviene dall’esterno, ma è qualcosa che abbiamo dentro di noi: quando tutto attorno a noi va male, possiamo trovare dentro di noi qualcosa che ci dia energia e fiducia tali da riuscire a gestire meglio le situazioni difficili. Per me, almeno, è così. La sicurezza me la dà la fiducia nei miei mezzi, nel saper riuscire a trovare una via nel momento della difficoltà,  per reagire e guardare al futuro.

5) Tu parti con un riferimento a Cappuccetto Rosso. Qual era la favola che proprio non sopportavi da bambino?
Non c’è nessuna favola che non mi piacesse, tuttavia ci sono alcune favole che mi hanno particolarmente colpito, soprattutto certe scene mi sono rimaste fissate nella memoria. Una di queste è ne “La guardiana delle oche” dei fratelli Grimm, dove si narra di una ragazza che parla in continuazione con la testa tagliata di un cavallo, una scena veramente raccapricciante: mi è rimasta impressa anche se non ricordo più tutta la storia. E poi ci sono dei personaggi delle favole che ricordo in modo particolarmente vivido, come il lupo cattivo che è un simbolo molto preciso, direi addirittura freudiano, di tutto ciò che è negativo e cattivo – e quindi sta molto bene sulla copertina del mio romanzo! La cosa impressionante è che rileggendo certe favole da adulti se ne notano i tratti più “horror”, se ne potrebbe trarre un film di genere, altro che cartoni di Walt Disney! Basta pensare al cannibalismo di Hansel e Gretel o alla matrigna di Cenerentola che danza con i piedi insanguinati (sempre nella versione dei Grimm), eppure sono storie che si leggevano tranquillamente ai bambini. Se io oggi inserissi una scena del genere in uno dei miei libri, il mio editor mi direbbe “dacci una limatina per favore, sei troppo brutale!”

6) Qualcuno ti ha ispirato il personaggio di Caro oppure è solo frutto della fantasia?
Volevo che Caro fosse un personaggio all’opposto di Simon: parte all’offensiva e con la sua spontaneità lo aiuta a diventare grande. In comune hanno questo fatto di sentirsi costantemente persi in una sorta di terra di nessuno al confine tra l’infanzia e l’età adulta. Non sanno mai dove si trovano, non sono mai accettati né da una parte né dall’altra. Credo che questo personaggio sia stato in qualche modo influenzato dalle mie giovani lettrici, che mi scrivono spesso e mi mandano molte fotografie. Aggiungo però un dettaglio sulle scarpe di Caro: una sera ero a un concerto con amici e accanto a me c’era una ragazzina proprio con quelle stesse scarpe. Quando le ho viste, ho capito subito che Caro le avrebbe indossate la prima volta che entra in contatto con Simon, che le nota immediatamente. In questo modo riesco a renderla più viva e reale, perché sono qualcosa di stravagante. (sono scarpe con i teschi, n.d.r.)

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7) Quanto è stato difficile, a livello emozionale, costruire un finale come quello del libro? È da interpretare come la chiusura di un cerchio oppure, viceversa, come una discesa ancora più forte attraverso un baratro?
È sempre difficile parlare pubblicamente della fine di un libro senza fare spoiler però in qualità di autore hai un grande vantaggio: quando cominci a scrivere un romanzo ne conosci già la fine. Almeno, per me è così: quando comincio la stesura di un libro so già anche come andrà a finire. Effettivamente è un finale molto emotivo e mi ha impegnato tantissimo. Detto questo, io poi mi pongo in maniera neutrale e lascio al lettore la facoltà di decidere come potrebbe evolversi, se in senso positivo o negativo. In generale, questo è un finale aperto. Tutta la questione ruota attorno a cosa il lettore crede che possa accadere in seguito ai personaggi.

8) Tu hai lavorato a lungo come logopedista. Quanto ti ha aiutato questa professione nell’essere scrittore? C’è  qualcosa di autobiografico nei tuoi romanzi oppure no?
C’è tutta l’esperienza legata alla mia professione, che è durata 20 anni e che però si lega bene con il bisogno di creare con la fantasia. Quando ho cominciato a scrivere, anni e anni fa, ho scritto soprattutto dei racconti horror, con fantasmi e personaggi terribili, fino a quando poi ho capito che dietro a questi fantasmi se ne celavano degli altri: sono quelli che vivono dentro di noi, nel subconscio, nelle nostre paure e nelle nostre ansie. Quello è stato il momento in cui ho capito che potevo passare dall’horror classico a questo nuovo genere, lo psicothriller. In questo senso, dunque, la mia professione mi ha dato una mano. Quando creo un personaggio, la prima cosa a cui penso è il suo punto di vista psicologico: quali sono le sue caratteristiche e quali sono le sue paure. In questo senso mi sembrava che Simon fosse il personaggio ideale da mettere nella mia storia, perché si inserisce in maniera perfetta all’interno di un cambiamento drammatico.

9) Che cos’è un incubo per te e quanto può essere spaventoso?
Io direi che per me l’incubo è qualcosa che va nella stessa direzione dell’incubo di Simon: la perdita di una persona cara. Però non è così legata a un’immagine come accade a Simon, non c’è il lupo: nel mio caso è qualcosa di più emozionale e meno figurativo. Nel caso di questo romanzo, l’incubo ricorrente di Simon era uno strumento stilistico che mi consentiva di mostrare le paure del personaggio, perché è sempre difficile descriverle a parole.  

Al di là di quello, la cosa che mi fa più paura è ciò di cui sono capaci gli esseri umani, soprattutto i fanatici. Mi fa molta paura il fanatismo: qualunque forma esso assuma, politica o religiosa, si tratta sempre di una cosa pericolosa. 

10) Qual è il luogo in cui hai più paura?
Mi è capitato una volta di trovarmi in una grande città, dopo un tour promozionale e prima dell’avvento di Google Maps: era notte fonda, non c’era nessuno per la strada e mi sembrava di sentire dei rumori, quindi ho avuto paura che da dietro il primo angolo saltasse fuori qualcuno che mi voleva aggredire. Diciamo che sono più contento quando sto in mezzo alla gente.

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11) Quali sono i tre scrittori che ti hanno ispirata di più?
Difficile sceglierne solo tre! Però direi che un ruolo fondamentale l’abbia avuto Stephen King: 3 anni fa ho avuto modo di conoscerlo ed è un personaggio affascinante quanto i suoi libri, pieno di umorismo. Anche suo figlio Joe Hill, di cui sto leggendo un libro adesso, scrive in una maniera fantastica, è pieno di fantasia. E poi mi piace molto anche Neil Gaiman.

 

12) Nel libro parli di come riconoscere le persone giuste, quelle di cui fidarsi, ma dici anche che lo scrittore vive fuori dalla realtà. Questo è un rischio reale?
Gli autori, ma questo vale anche per gli attori, sono delle persone che si muovono tra vari mondi, tra quello della realtà – tipo quando al mattino mia moglie mi dice di portare giù la spazzatura – e quello del personaggio che sto creando. Volendo esagerare, mi muovo tra i bidoni della spazzatura e un personaggio destinato a salvare le sorti del mondo. Credo che il pericolo, in certe situazioni della vita, sia che si preferisca ritirarsi nel mondo virtuale e nascondersi lì.

13) Qual è il libro che ti ha fatto più paura?
Penso “L’esorcista”, l’ho trovato veramente terrificante. In Germania è uscito anche l’audiolibro, letto da un attore favoloso che ti fa venire la pelle d’oca. 
Molti anni prima c’era stato un autore inglese, M.R. James, autore della storia più terrificante che mi sia capitato di leggere, anche se non è un horror in senso stretto, “Lost Hearts”:  dopo averlo letto credo di non essere più stato capace di andare in bagno da solo per un bel pezzo.

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14) Hai mai pensato di scrivere qualcosa di diverso dai thriller?
Lo so che adesso vi metterete a ridere, però stavo pensando a un libro di cucina! Con delle ricette italiane, perché ritengo che la vostra cucina sia veramente la migliore. Ogni regione ha delle specialità fantastiche e vorrei fare una sorta di giro d’Italia raccogliendo ricette, ma non quelle dei ristoranti, bensì quelle della nonna, di famiglia, che si tramandano di generazione in generazione e di cui si va così fieri.

15) Hai delle abitudini, delle manie di scrittura particolari? Come e dove scrivi?
Sono uno scrittore noioso e ho una giornata di lavoro estremamente normale. Alle sei ci alziamo, alle sette mia moglie, neurologa, esce per andare al lavoro e io comincio a scrivere. Faccio una pausa di metà mattina e una per il pranzo. Se dopo questa pausa non ho lavorato troppo e me la sento riprendo a scrivere, ma non è detto. Se non continuo faccio cose esaltanti, tipo la dichiarazione dei redditi ;-), oppure rispondo alla posta e mantengo i contatti con i lettori. Poi mi dedico al giardino e alla casa, oppure esco a fare un giro.
La musica mi serve per creare delle atmosfere, per scrivere determinate scene, ma durante la fase di scrittura vera e propria in genere non ascolto musica, ho provato ma non ha funzionato. Ho dei suoni, abbastanza monotoni e con una valenza ipnotica, che mi aiutano a mettere a fuoco il testo e a concentrarmi meglio. Un’altra cosa che mi aiuta è il tempo: quando fuori piove spalanco la finestra e ascolto il rumore della pioggia.

16) A quale dei tuoi libri ti senti più legato emotivamente?
È una bellissima domanda che mi viene posta spesso, ma è come chiedere a un papà qual è il suo figlio preferito. Per ogni libro si crea un rapporto particolare nel periodo di tempo che impieghi a scriverlo. In quest’anno tante cose si mettono in movimento, cambiano, ci sono rapporti personali che subiscono un’evoluzione, quindi ogni singolo libro evoca dei ricordi particolari.
Nel caso de “Il superstite” per esempio vivevo ancora nella mia mansarda, l’ho scritto durante un’estate caldissima e l’appartamento era bollente, però volevo ambientare questa storia in pieno inverno. Quindi, ho dovuto mentre fuori c’erano 30 gradi immaginare i miei personaggi muoversi in un inverno gelido e pieno di neve: credo che nel libro faccia così freddo proprio perché ho dovuto metterci tanta energia.

17) Caro studia psicologia ed è convinta che le persone siano un mistero dietro le loro maschere. Nella tua vita hai incontrato molte maschere?
Io penso che Caro ci dica una cosa molto importante, che ognuno di noi porta sempre tante maschere, con tutti: ci sono tante maschere diverse, in qualsiasi giorno della nostra vita. Io oggi, per esempio, indosso la maschera del passeggero, dell’ospite dell’hotel e del ristorante, dello scrittore che viene intervistato, e anche quella del marito atteso. Ma se le mettiamo insieme tutte non è per forza negativo, ma salta fuori la persona che siamo.

18) Nel libro si parla anche di bullismo. Che dimensioni ha il fenomeno in Germania?
Se ne discute tantissimo. Due anni fa, quando ancora lavoravo in ambito psichiatrico, ho avuto modo di occuparmi di due vittime di cyber-bullismo. Internet ha mostrato un certo aspetto dell’essere umano che altrimenti non sarebbe probabilmente emerso. Attraverso l’anonimato che garantisce la rete, alcuni osano fare cose che altrimenti non avrebbero mai fatto, con effetti a volte decisamente drammatici. È un modo per distruggere psicologicamente una persona. In Germania purtroppo la situazione sta peggiorando. Non vorrei sembrare uno di quei vecchietti che ce l’ha sempre con i giovani, però è anche vero che oggi ci troviamo di fronte a delle situazioni che non avremmo mai immaginato potessero esistere. Soprattutto, stiamo perdendo il rispetto per gli altri e il compito della mia generazione è di insegnarlo di nuovo ai nostri figli, anche quando sono più deboli o la pensano diversamente. Dobbiamo insegnare che va dato a tutti il rispetto che noi ci aspettiamo dagli altri.

19) Il libro è stato terminato l’estate scorsa. Cosa hai fatto in questi mesi?
Ho cominciato a scrivere un nuovo libro. Sono una persona estremamente superstiziosa e quindi mi comporto come quando ti sta per nascere un bambino, ma non vuoi dire il nome prima della nascita. È ancora una storia terribile, con un argomento molto particolare, che mi sta estremamente a cuore. Il mio editore tedesco, quando gli ho raccontato la mia idea, era scioccato e mi ha chiesto se ero proprio sicuro di portare avanti un progetto simile. Io ovviamente non mi sono fatto fermare e tra un mese lo finisco. In Germania uscirà la prossima primavera e poi arriverà anche in Italia. Di cosa parla? Vi do solo un indizio: di bambini.

Non mi resta quindi che consigliarvi di leggere l’ultima fatica di Wulf Dorn, in attesa di farci spaventare ancora di più dal suo prossimo libro!

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