Archivi Annuali: 2016

BOOKS FOR BREAKFAST #33 – INCUBO

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INCUBO

Wulf Dorn

Corbaccio

Simon è un ragazzo difficile, rinchiuso da sempre nel suo mondo. La sua vita precipita in un incubo dopo la morte dei genitori in un terribile incidente d’auto, dal quale Simon esce miracolosamente illeso, ma da allora, soffre di fobie, allucinazioni, sogni che lo tormentano ogni notte. Costretto a trasferirsi dalla zia Tilia dopo un periodo di riabilitazione in ospedale, passa le sue giornate esplorando la campagna sulla bicicletta del fratello Michael. Nella zona sembra aggirarsi un mostro: una ragazza è scomparsa, e una notte si perdono le tracce anche di Melina, la fidanzata di Michael, il quale diventa l’indiziato principale. Insieme a Caro, una ragazza solitaria che ha conosciuto nella sua nuova scuola, Simon affronta le proprie paure più nascoste e va a caccia del lupo che miete le sue vittime nel bosco di Fahlenberg. Ma niente è come sembra…

Il nuovo psicothriller di Wulf Dorn, autore da 400.000 copie solo in Italia, viene definito dalla stampa “oscuro, inquietante, avvolgente”. E non potrebbero esserci aggettivi migliori. La vicenda è oscura, i personaggi inquietanti e la trama ti avvolge. Una volta iniziato, difficile metterlo giù. Fin dalla prime pagine ci si ritrova accanto a Simon a far parte di quello che lui stesso chiama “il club dei fuori di testa” e a cercare di elaborare il lutto per la terribile morte dei genitori. Lo si accompagna passo passo nel suo trasferimento a casa della zia e nelle sue scorribande in bicicletta, ci si emoziona con lui quando conosce Caro, la ragazza con i teschi sulle scarpe, e quando si relaziona con il fratello, con cui ha un rapporto strettissimo di complicità ma anche qualche scontro a causa del fatto che non vivranno più assieme come Simon invece si aspettava. Anche gli incubi di Simon sono descritti in maniera tale da avvolgere completamente il lettore e proiettarlo all’interno della spirale di paura e angoscia del protagonista: in questo devo dire che Wulf Dorn è bravissimo! La mia unica delusione in merito a questo libro riguarda il fatto che ho indovinato il finale parecchie pagine prima: devo però dire che pur avendo intuito come si sarebbero svolti i fatti l’autore è stato davvero bravo a costruire la scena finale, e in particolare l’ultimo breve capitolo di epilogo mi ha addirittura commosso.  Quindi “INCUBO” è comunque un libro perfetto per passare due ore avvolti dalla paura, quella più irrazionale, quella dei lupi travestiti da agnelli, quella che abita il subconscio di ognuno di noi e a cui cerchiamo di non dare mai forma per non spaventarci troppo. Allo stesso modo, gli spunti di riflessione e di approfondimento, una volta chiuso il libro, sono davvero tantissimi. Di parecchi di questi ho avuto modo, grazie alla disponibilità della casa editrice Corbaccio, di parlare direttamente con l’autore. E’ stata un’intervista di gruppo molto interessante, profonda ma anche molto ironica: si è parlato di paura, di incubi e di maschere, ma anche di musica e libri. Per leggerla, non perdetevi il post di domani! 

DE WAN NEW COLLECTION: LES FLEURS

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Un paio di settimane fa ho avuto il privilegio di partecipare, presso la prestigiosa boutique De Wan di Piazza San Carlo 132 a Torino (ve ne avevo già parlato QUI), al lancio della nuova collezione “Les Fleurs”, dove un romantico mood floreale è arrivato insieme alla primavera per impreziosire le borse, i bijoux e i foulard dello storico marchio dello stile artigianale made in Italy

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Ospite d’onore della serata Barbara Ronchi della Rocca, stimata esperta di buone maniere e autrice de “Il galateo dei fiori” che ha accompagnato il pubblico in un percorso fra moda e simbologia dei fiori, alla scoperta della nuova collezione “Les Fleurs” De Wan. Grazie ad una lavorazione esclusiva delle pelli, sulle celebri borse Wandeling sbocciano fiori multicolor e – per un outfit che non lascia nulla al caso – il raffinato motivo floreale impreziosisce anche foulard in seta e parei dai colori sapientemente scelti.

 De Wan, che da oltre sessant’anni fa della bellezza femminile la sua missione, fa sbocciare i fiori più belli e significativi su borse, bijoux e foulard che diventano così gli accessori perfetti per colorare con stile la nuova stagione, diffondendo un messaggio di grazia e bellezza universalmente riconosciuto. In particolare, sulle borse (bellissime!) è stata utilizzata una tecnica particolare di lavorazione delle pelli che fa sì che petali e foglie si integrino alla perfezione sulla base, tanto da sembrare sbocciati proprio lì! Sempre altissima la qualità dei materiali, la cura dei dettagli e l’attenzione per la praticità che strizza però l’occhio allo stile. 

Ma non è tutto: la ricerca fatta da De Wan per creare questa collezione infatti utilizza i fiori non solo per il loro aspetto estetico, ma soprattutto per il loro significato. In questo modo borse, bijoux e foulard possono diventare il veicolo di un messaggio e di un augurio, da rivolgere a se stessi o a una persona cara. Nell’Ottocento, quando non esistevano facebook e whatsapp, era molto popolare l’utilizzo della simbologia dei fiori per comunicare:
– il lillium rappresenta fierezza e nobiltà d’animo;
– il narciso ha il potere di assorbire i pensieri negativi ed è di ottimo auspicio per il lavoro e la carriera, perché rappresenta l’augurio di far emergere il proprio potenziale interiore e di ottenere riconoscimenti per il proprio lavoro;
– la peonia nella cultura giapponese rappresenta fortuna e ricchezza;
– il bocciolo di rosa è simbolo di amicizia, grazia, ammirazione e simpatia;
– il myosotis è simbolo di salvezza da ciò che può incupire;
– la tradescantia è uno dei pochi fiori con soli tre petali che vive in terreni poveri, ma che non smette mai di fiorire, fiera e tenace rappresenta la possibilità che la bellezza ed il positivo possano nascere anche nelle difficoltà. E se non è un bellissimo messaggio questo….

Vi lascio qualche foto della collezione, fatemi sapere che ne pensate!

PS: un grazie, di cuore, allo Studio Suitner che si ricorda sempre di me e alla famiglia De Wan – in particolare Elisabetta – che mi fa sempre sentire a casa tra borse e bijoux meravigliosi. 

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MYANMAR TRAVEL DIARY #2 – AMARAPURA E INWA

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Secondo giorno in Birmania e siamo già di nuovo su un aereo. L’esperienza in aeroporto è al limite del surreale: non ti controllano neppure il passaporto, non si capisce bene se rivedrai mai più la tua valigia e per identificarti e farti salire sul volo giusto (ci sono solo 2 gate) ti attaccano un adesivo alla maglietta. Vi dico solo che il mio era un aereoplano a forma di cane…

AMARAPURA 

Comunque, il nostro Yangoon – Mandalay è puntuale. Nemmeno il tempo di atterrare ed eccoci ad Amarapura, penultima capitale del Regno Birmano il cui nome significa ”Città dell’immortalita”. Si estende nei sobborghi di Mandalay, sulle rive di un lago nato, secondo la leggenda, quando un orco e’ arrivato qui in cerca del Budda. Il lago è uno specchio e io come era prevedibile mi sono innamorata subito delle barchette colorate. Qui l’attrazione principale è l’U-BEIN BRIDGE, il ponte pedonale in teak più lungo del mondo, circa 1200 metri. È percorso ogni mattina dai monaci che si recano al vicino Monastero, poi si riempie di turisti ma conserva comunque un grande fascino, anche se bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi perchè non è recintato! Se ve lo state chiedendo, no, almeno qui non sono caduta, ho già provveduto il primo giorno a Yangoon… (rompendo anche lo zoom della macchina foto, per cui mi scuso come sempre per le foto sgranate)

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Dopo l’attraversamento del ponte visitiamo il Monastero Mahagandayon e scopriamo con un sorriso che… anche i monaci birmani fanno cose molto molto terrene, tipo tagliarsi le unghie dei piedi in mezzo al cortile! Al Monastero di Amarapura entri per sbirciare la loro vita quotidiana ma la cosa più bella e’ che loro non vedono l’ora di abbattere il confine invisibile e chiacchierare con te in un inglese più o meno personalizzato: storie di vocazioni di ragazzi che hanno scelto una strada precisa anche se non sempre semplice, storie di sogni e di desideri. Uno di loro ci ha raccontato che sogna di venire fino a Barcellona, di cui ha sentito parlare da turisti spagnoli, a piedi. E io ho pensato che sarei stata ore ad ascoltare i racconti di questi ragazzi che hanno vite così diverse dalla tua ma poi tirano fuori lo smartphone da sotto le pieghe della veste e ti chiedono di fare una foto ricordo insieme. Proprio come un qualunque altro ragazzo, ovunque nel mondo, che vuole solo un ricordo di un momento perfetto.

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INWA 

Da Amarapura in pochi minuti ci spostiamo a Inwa: un tratto in pulmino, uno in barca e via sul calesse ad esplorare l’isola. Questo è praticamente l’unico mezzo possibile per attraversare le strade di fango e andare alla scoperta delle bellissime pagode disseminate in questo paradiso naturale. Appena arrivati sull’isola troverete un assembramento di “cocchieri” (anche di 6/7 anni ahimè) che dormono sul proprio calessino o provano a convincervi a scegliere il loro. Unica regola: contrattate duro. Questo è forse l’unico posto della Birmania in cui li ho visti proprio approfittarsene alla grande e non trattarti neppure benissimo. Il luogo comunque è davvero suggestivo, anche se sono le ore più calde e le piante dei piedi bruciano non poco a contatto con il legno e la pietra scaldate dal torrido sole birmano. 

Due dritte: per le Pagode fate il biglietto cumulativo con le altre attrazioni di Mandalay, per noi sono pochi spiccioli e eviterete di fare code in seguito. Inoltre, per il pranzo, consigliatissimo il localino sul molo: un tavolo sotto le piante, zero wifi, la vista sul fiume e una birra ghiacciata. Serve altro?

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TRAMONTO AD AMARAPURA E SAGAING 

Di solito dopo Inwa si torna verso Mandalay, e qui ci sono ancora due tappe d’obbligo.

  • la collina di Sagaing, interamente punteggiata di pagode buddiste colorate nascoste in mezzo alla vegetazione e – di notte – illuminate peggio degli hotel di Las Vegas! 
  • il tramonto sul ponte di tek di Amarapura, davvero suggestivo anche se parecchio turistico. Consiglio: noleggiate una barchetta e godetevelo via dalla pazza folla! 

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BOOKS FOR BREAKFAST # 32 – IL CANE A 3 ZAMPE DI GALINA PETROVNA

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IL CANE A TRE ZAMPE DI GALINA PETROVNA

Andrea Bennet

Longanesi

Una settantina d’anni molto ben portati, vedova da quaranta, senza figli, Galina Petrovna vive per la sua adorata cagnolina a tre zampe Boroda, in una placida quotidianità che si divide fra la casa, l’orto e il centro ricreativo per anziani di Azov, la cittadina russa dove ha sempre vissuto. Fedele alle proprie convinzioni, Galina (Galja per gli amici) rifiuta la corte del mite pensionato Vasilij, come rifiuta di mettere il collare alla sua Boroda, così chiamata per la sottile barbetta a punta che le conferisce un’aria molto simpatica. Ma Galja non sa che il mondo è spaccato in due: c’è chi come lei adora gli animali, li ama come se fossero esseri umani, e chi li odia ferocemente. Un giorno, proprio perché libera di vagare fra il giardino e la strada, Boroda viene imprigionata nel furgone del Disinfestatore, l’accalappiacani della città, e portata via. Galja chiede disperatamente aiuto a Vasilij, che le mette a disposizione il proprio sgangherato sidecar. Partiti all’inseguimento del furgone, i due anziani iniziano un’avventura che farà sorridere e commuovere allo stesso tempo, e che ci immergerà in una provincia russa post-sovietica dove il tempo sembra essersi fermato, popolata di personaggi vivaci, riottosi, imprevedibili. In poche parole, incredibilmente umani.

Non credo che avrei notato questo libro se non avesse avuto questa splendida copertina: un cane e la Cattedrale di San Basilio. In altre parole, il mio animale preferito e uno dei posti – la Russia – che sogno di visitare quanto prima. Mi sono bastati altri due minuti per leggere al volo la trama per decidere che volevo leggerlo – e ho potuto farlo subito grazie alla disponibilità immensa della casa editrice Longanesi (che ringrazio di cuore). Ed ecco i motivi per cui dovreste leggerlo anche voi:

  • i personaggi: strampalati, esuberanti, bizzarri e imprevedibili. Ognuno di loro racconta un pezzettino di sè ed ecco che anche la caratteristica più astrusa diventa normalità per quella persona e per il suo vissuto. Dovremmo ricordarcene anche nella vita 😉 
  • la descrizione della Russia moderna: precisa e puntuale, ti sembra di essere lì con i personaggi tanto le parole di Andrea Bennett riescono a trasportarti nei luoghi di cui parla. 
  • l’autrice di cimenta con dei modelli di riferimento mica da ridere – i grandi classici russi – e ne esce vincente, dimostrando di essersi formata su una letteratura alta che le fa da guida nel raccontare la Russia seppur decenni dopo
  • lo stile: interessantissimo e mai banale. Addirittura adattato ad ogni diverso personaggio per fartene comprendere ancora di più le peculiarità. 
  • la trama in sè merita: è il racconto di un viaggio, una donna alla ricerca del suo cane a tre zampe catturato da un accalappiacani e di tutto ciò che il tragitto le metterà di fronte. Durante questo percorso si resta incollati alle pagine per saper cosa succederà alla prossima svolta. Ed è proprio quello che un buon libro deve fare, no?! 

MYANMAR TRAVEL DIARY #1- YANGOON

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Scrivo questo post con una certa nostalgia. E non potrebbe non essere così: il Myanmar è un posto che in silenzio e in punta di piedi ti entra sotto la pelle e arriva fino al cuore. Me ne sono accorta appena atterrata a Yangoon, quando la solita umidità del sud est asiatico mi ha investita in pieno come sempre: sul pulmino dall’aeroporto al centro città ho incrociato tantissime persone – operai, donne a passeggio, monaci, bambini, studenti e quant’altro – e tutte con qualcosa in comune: sorridevano. Proprio a me, che ero sfatta dopo 36 ore, 3 voli e 5 fusi orari e a malapena avevo la forza di ricambiare. Però mi sono innamorata subito di quei sorrisi. Aperti, autentici, sinceri. Di quelli che arrivano fino agli occhi. Ad un certo punto abbiamo affiancato un pulmino di una scuola che trasportava dei nanetti di 6-7 anni, tutti con la stessa divisa: avreste dovuto vedere che gara hanno fatto per sporgersi dal finestrino e salutarmi! Erano tutti sorrisi, manine sventolanti e “mingalabar” – benvenuto – urlati a squarciagola. E ho pianto, almeno credo, perchè è stata un’emozione così grande. Essere finalmente qui, dopo ave rischiato più volte di non partire nemmeno, dopo aver attraversato il globo completamente da sola, dopo aver cercato di non crearmi aspettative come faccio sempre prima di vedere un posto nuovo. Stanchissima. E poi eccoli, i sorrisi e gli occhi sgranati, i primi di questi 12 giorni, a cui sono seguiti milioni di altri sorrisi, di “where are you from?”, di richieste di una foto assieme, di mani sempre tese per aiutarti e di non so quanti inviti a pranzo. La Birmania è così. E’ un posto dove tu arrivi dopo 12 ore di volo e ti senti a casa, dove il caldo è opprimente, il cielo brilla dell’oro delle pagode, si mangia quasi solo riso, la vita scorre a piedi nudi e la gente ti avvicina per strada per chiederti se gli fai vedere una foto della neve sullo smartphone. Storia di un amore. Parte 1,2 e 3.

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YANGOON

Il primo giorno è una totale immersione tra i suoni, i colori e gli odori di Yangoon, la più grande città del Paese e capitale fino al 2005. Decidiamo di riservare la grandiosa Shwedagon Paya all’ultimo giorno e ci buttiamo nel mercato. A Chinatown la vita scorre lenta tra le bancarelle di cibi esotici e stoffe cinesi: per strada si fa tutto quello che noi normalmente facciamo in casa – per esempio, si dorme e ci si depila! In una parola sola si vive. Ci divertiamo ad assaggiare lo street food più estremo, dopodichè raggiungiamo a piedi (un’oretta circa) la Botataung Paya sulle rive del fiume e impariamo subito che se prima eravamo un po’ schizzinosi qui possiamo proprio dimenticarcelo: ogni pagoda si visita a piedi nudi e non sono ammessi neppure i calzini! Ho sentito degli italiani rifiutarsi di togliersi le scarpe e ancora oggi mi chiedo cos’avranno visitato durante il loro viaggio dato che questa regola vale per ogni singolo luogo di culto, anche quelli in mezzo alla giungla 😉 

Il porticciolo adiacente è pieno di barchette colorate, lo sfondo ideale per la prima Myanmar Beer di una lunga serie, mentre il sole va e viene e allo sgabello accanto al nostro si riposa un gruppo di monaci molto smart, tutti intenti a smanettare sull’iphone. A tratti piove, ma il cielo brilla lo stesso. La Pagoda non è per nulla affollata perchè è di quelle meno turistiche, frequentata solo dai locali. Circondati dalla Birmania più autentica, aspettiamo il tramonto e ci rendiamo conto che siamo all’inizio di qualcosa di bellissimo.

dal mio diario di viaggio: 

La Botataung Pagoda e’ poco frequentata dai turisti e c’era questo bimbo che era molto incuriosito da noi e dalle nostre macchine fotografiche. Ci scrutava con aria assorta come per cercare di capire se fidarsi o no. E poi appena ha deciso ha fatto un sorriso stupendo. Ma io ho nel cuore lo scatto dell’attimo prima, quando ha guardato lo straniero a casa sua (noi!) e ha deciso in meno di un minuto che e’ una cosa bella, una cosa che fa sorridere, vedere gente diversa. Sono qui da un giorno e sono già innamorata di queste persone. ❤️

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PS: scusate la bassissima qualità delle foto ma se avete letto il mio primo post dedicato alla Birmania sapete già che è successo a me, alla mia macchina fotografica e al mio cellulare 😉

Instagram

  • E poi mi sono ritrovata a girare per la mia
  • Vedere la mia citt con occhi da turista Vedere me
  • Girare il mondo e sentirsi a casa in ogni sua
  • Cercate qualcuno con cui guardare sempre nella stessa direzione Qualcuno
  • Con la foto di ieri ho rispolverato i ricordi del
  • Hai presente quando la sabbia sotto i piedi brucia ma
  • Quando si dice camera con vista Alla libreriaacquaalta si pu
  • Di domeniche lente di libri belli e copertine calde di
  • A caccia di tradizioni di usanze diverse dalle nostre di

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