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BREAKFAST WITH… WULF DORN

BREAKFAST WITH… WULF DORN

Come anticipatovi nell’ultimo post, un paio di settimane fa ho avuto il privilegio di partecipare ad un’intervista di gruppo con lo scrittore tedesco di best seller Wulf Dorn, di cui è appena uscito “Incubo” per Corbaccio. Wulf nei suoi romanzi sa essere molto cupo ma è stato bello scoprire che di persona invece è un uomo brillante e molto ironico. Abbiamo affrontato argomenti anche molto seri, come il dolore e la morte, ma al momento giusto lui aveva sempre una battuta per alleggerire la tensione. Eccovi quindi le domande più interessanti emerse da questo interessante confronto (per cui ringrazio molto lo staff della casa editrice Corbaccio, Wulf Dorn e la sua bravissima interprete):

1) Questo libro presenta una novità sostanziale rispetto ai precedenti: il protagonista è un ragazzo, non un adulto come negli altri libri, e il nemico è la paura. Perché questa scelta?
Questo romanzo affronta il modo di elaborare la paura della perdita, e per una volta mi interessava partire dal punto di vista di un ragazzo, perché trovarsi proprio nel momento di passaggio tra l’infanzia e l’essere adulti rappresenta secondo me un processo estremamente interessante, che tocca tutti. È il momento in cui ci troviamo di fronte alle nostre prime vere paure. Durante l’infanzia non hai mai paura di perdere qualcosa o qualcuno, tutto ciò comincia solo quando entri a far parte del mondo degli adulti. Proprio il tema della perdita assume dunque grande importanza, perché nel bambino non c’è mai l’idea di perdere qualcuno attraverso la morte, sei solo proiettato nella vita. Ma se, proprio in questo momento, fai sì che il tuo personaggio perda qualcuno, questa perdita acquisisce un’intensità maggiore che se avvenisse in un altro momento della vita.

2) C’è una scena che ti ha coinvolto particolarmente mentre scrivevi?
Una scena molto intensa secondo me è quella che si svolge nel vecchio hotel, quando i ragazzi lo scoprono e ci entrano per la prima volta. Trovo molto affascinante che dei personaggi giovani vadano incontro al passato attraversando queste rovine. C’è uno scambio tra presente e passato, è una scena molto emozionante, dove ho veramente provato la sensazione di essere lì con loro.

3) Secondo te è più difficile sopportare una grave perdita da giovani oppure ad una certa età?
Domanda difficile: però direi che in ogni fase della nostra vita affrontare questi dolori è sempre terribile. Quando sei giovane e inesperto, queste cose ti colgono impreparato e la grande difficoltà sta proprio nel fatto che non hai gli strumenti per reagire. Per quanto riguarda invece la mia esperienza personale, anche se ho dovuto affrontare questa cosa quando ero già ultraquarantenne, è stato comunque molto complicato, perché avevo costruito una relazione in tanti anni e poi avevo perso la persona alla quale avevo voluto bene, quindi è stato difficile affrontare la situazione, ma soprattutto accettarla, anche se in verità non è che hai molta scelta. L’unica cosa che puoi fare è accettare e provare a guardare avanti. Credo che in ogni fase della nostra vita questo tipo di esperienza sia complessa, così come trovare gli strumenti adatti per elaborarla.

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 4) All’inizio del libro scrivi “Niente dura per sempre. La sicurezza è un’illusione. Simon Strode fece questa amara esperienza un sabato di marzo”. Cosa significa per te sicurezza e quanto è importante essere al sicuro?
Direi che la sicurezza è ciò che ci dà stabilità. Nel vita dobbiamo tutti imparare che questa sicurezza non ci proviene dall’esterno, ma è qualcosa che abbiamo dentro di noi: quando tutto attorno a noi va male, possiamo trovare dentro di noi qualcosa che ci dia energia e fiducia tali da riuscire a gestire meglio le situazioni difficili. Per me, almeno, è così. La sicurezza me la dà la fiducia nei miei mezzi, nel saper riuscire a trovare una via nel momento della difficoltà,  per reagire e guardare al futuro.

5) Tu parti con un riferimento a Cappuccetto Rosso. Qual era la favola che proprio non sopportavi da bambino?
Non c’è nessuna favola che non mi piacesse, tuttavia ci sono alcune favole che mi hanno particolarmente colpito, soprattutto certe scene mi sono rimaste fissate nella memoria. Una di queste è ne “La guardiana delle oche” dei fratelli Grimm, dove si narra di una ragazza che parla in continuazione con la testa tagliata di un cavallo, una scena veramente raccapricciante: mi è rimasta impressa anche se non ricordo più tutta la storia. E poi ci sono dei personaggi delle favole che ricordo in modo particolarmente vivido, come il lupo cattivo che è un simbolo molto preciso, direi addirittura freudiano, di tutto ciò che è negativo e cattivo – e quindi sta molto bene sulla copertina del mio romanzo! La cosa impressionante è che rileggendo certe favole da adulti se ne notano i tratti più “horror”, se ne potrebbe trarre un film di genere, altro che cartoni di Walt Disney! Basta pensare al cannibalismo di Hansel e Gretel o alla matrigna di Cenerentola che danza con i piedi insanguinati (sempre nella versione dei Grimm), eppure sono storie che si leggevano tranquillamente ai bambini. Se io oggi inserissi una scena del genere in uno dei miei libri, il mio editor mi direbbe “dacci una limatina per favore, sei troppo brutale!”

6) Qualcuno ti ha ispirato il personaggio di Caro oppure è solo frutto della fantasia?
Volevo che Caro fosse un personaggio all’opposto di Simon: parte all’offensiva e con la sua spontaneità lo aiuta a diventare grande. In comune hanno questo fatto di sentirsi costantemente persi in una sorta di terra di nessuno al confine tra l’infanzia e l’età adulta. Non sanno mai dove si trovano, non sono mai accettati né da una parte né dall’altra. Credo che questo personaggio sia stato in qualche modo influenzato dalle mie giovani lettrici, che mi scrivono spesso e mi mandano molte fotografie. Aggiungo però un dettaglio sulle scarpe di Caro: una sera ero a un concerto con amici e accanto a me c’era una ragazzina proprio con quelle stesse scarpe. Quando le ho viste, ho capito subito che Caro le avrebbe indossate la prima volta che entra in contatto con Simon, che le nota immediatamente. In questo modo riesco a renderla più viva e reale, perché sono qualcosa di stravagante. (sono scarpe con i teschi, n.d.r.)

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7) Quanto è stato difficile, a livello emozionale, costruire un finale come quello del libro? È da interpretare come la chiusura di un cerchio oppure, viceversa, come una discesa ancora più forte attraverso un baratro?
È sempre difficile parlare pubblicamente della fine di un libro senza fare spoiler però in qualità di autore hai un grande vantaggio: quando cominci a scrivere un romanzo ne conosci già la fine. Almeno, per me è così: quando comincio la stesura di un libro so già anche come andrà a finire. Effettivamente è un finale molto emotivo e mi ha impegnato tantissimo. Detto questo, io poi mi pongo in maniera neutrale e lascio al lettore la facoltà di decidere come potrebbe evolversi, se in senso positivo o negativo. In generale, questo è un finale aperto. Tutta la questione ruota attorno a cosa il lettore crede che possa accadere in seguito ai personaggi.

8) Tu hai lavorato a lungo come logopedista. Quanto ti ha aiutato questa professione nell’essere scrittore? C’è  qualcosa di autobiografico nei tuoi romanzi oppure no?
C’è tutta l’esperienza legata alla mia professione, che è durata 20 anni e che però si lega bene con il bisogno di creare con la fantasia. Quando ho cominciato a scrivere, anni e anni fa, ho scritto soprattutto dei racconti horror, con fantasmi e personaggi terribili, fino a quando poi ho capito che dietro a questi fantasmi se ne celavano degli altri: sono quelli che vivono dentro di noi, nel subconscio, nelle nostre paure e nelle nostre ansie. Quello è stato il momento in cui ho capito che potevo passare dall’horror classico a questo nuovo genere, lo psicothriller. In questo senso, dunque, la mia professione mi ha dato una mano. Quando creo un personaggio, la prima cosa a cui penso è il suo punto di vista psicologico: quali sono le sue caratteristiche e quali sono le sue paure. In questo senso mi sembrava che Simon fosse il personaggio ideale da mettere nella mia storia, perché si inserisce in maniera perfetta all’interno di un cambiamento drammatico.

9) Che cos’è un incubo per te e quanto può essere spaventoso?
Io direi che per me l’incubo è qualcosa che va nella stessa direzione dell’incubo di Simon: la perdita di una persona cara. Però non è così legata a un’immagine come accade a Simon, non c’è il lupo: nel mio caso è qualcosa di più emozionale e meno figurativo. Nel caso di questo romanzo, l’incubo ricorrente di Simon era uno strumento stilistico che mi consentiva di mostrare le paure del personaggio, perché è sempre difficile descriverle a parole.

Al di là di quello, la cosa che mi fa più paura è ciò di cui sono capaci gli esseri umani, soprattutto i fanatici. Mi fa molta paura il fanatismo: qualunque forma esso assuma, politica o religiosa, si tratta sempre di una cosa pericolosa.

10) Qual è il luogo in cui hai più paura?
Mi è capitato una volta di trovarmi in una grande città, dopo un tour promozionale e prima dell’avvento di Google Maps: era notte fonda, non c’era nessuno per la strada e mi sembrava di sentire dei rumori, quindi ho avuto paura che da dietro il primo angolo saltasse fuori qualcuno che mi voleva aggredire. Diciamo che sono più contento quando sto in mezzo alla gente.

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11) Quali sono i tre scrittori che ti hanno ispirata di più?
Difficile sceglierne solo tre! Però direi che un ruolo fondamentale l’abbia avuto Stephen King: 3 anni fa ho avuto modo di conoscerlo ed è un personaggio affascinante quanto i suoi libri, pieno di umorismo. Anche suo figlio Joe Hill, di cui sto leggendo un libro adesso, scrive in una maniera fantastica, è pieno di fantasia. E poi mi piace molto anche Neil Gaiman.

12) Nel libro parli di come riconoscere le persone giuste, quelle di cui fidarsi, ma dici anche che lo scrittore vive fuori dalla realtà. Questo è un rischio reale?
Gli autori, ma questo vale anche per gli attori, sono delle persone che si muovono tra vari mondi, tra quello della realtà – tipo quando al mattino mia moglie mi dice di portare giù la spazzatura – e quello del personaggio che sto creando. Volendo esagerare, mi muovo tra i bidoni della spazzatura e un personaggio destinato a salvare le sorti del mondo. Credo che il pericolo, in certe situazioni della vita, sia che si preferisca ritirarsi nel mondo virtuale e nascondersi lì.

13) Qual è il libro che ti ha fatto più paura?
Penso “L’esorcista”, l’ho trovato veramente terrificante. In Germania è uscito anche l’audiolibro, letto da un attore favoloso che ti fa venire la pelle d’oca.
Molti anni prima c’era stato un autore inglese, M.R. James, autore della storia più terrificante che mi sia capitato di leggere, anche se non è un horror in senso stretto, “Lost Hearts”:  dopo averlo letto credo di non essere più stato capace di andare in bagno da solo per un bel pezzo.

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14) Hai mai pensato di scrivere qualcosa di diverso dai thriller?
Lo so che adesso vi metterete a ridere, però stavo pensando a un libro di cucina! Con delle ricette italiane, perché ritengo che la vostra cucina sia veramente la migliore. Ogni regione ha delle specialità fantastiche e vorrei fare una sorta di giro d’Italia raccogliendo ricette, ma non quelle dei ristoranti, bensì quelle della nonna, di famiglia, che si tramandano di generazione in generazione e di cui si va così fieri.

15) Hai delle abitudini, delle manie di scrittura particolari? Come e dove scrivi?
Sono uno scrittore noioso e ho una giornata di lavoro estremamente normale. Alle sei ci alziamo, alle sette mia moglie, neurologa, esce per andare al lavoro e io comincio a scrivere. Faccio una pausa di metà mattina e una per il pranzo. Se dopo questa pausa non ho lavorato troppo e me la sento riprendo a scrivere, ma non è detto. Se non continuo faccio cose esaltanti, tipo la dichiarazione dei redditi ;-), oppure rispondo alla posta e mantengo i contatti con i lettori. Poi mi dedico al giardino e alla casa, oppure esco a fare un giro.
La musica mi serve per creare delle atmosfere, per scrivere determinate scene, ma durante la fase di scrittura vera e propria in genere non ascolto musica, ho provato ma non ha funzionato. Ho dei suoni, abbastanza monotoni e con una valenza ipnotica, che mi aiutano a mettere a fuoco il testo e a concentrarmi meglio. Un’altra cosa che mi aiuta è il tempo: quando fuori piove spalanco la finestra e ascolto il rumore della pioggia.

16) A quale dei tuoi libri ti senti più legato emotivamente?
È una bellissima domanda che mi viene posta spesso, ma è come chiedere a un papà qual è il suo figlio preferito. Per ogni libro si crea un rapporto particolare nel periodo di tempo che impieghi a scriverlo. In quest’anno tante cose si mettono in movimento, cambiano, ci sono rapporti personali che subiscono un’evoluzione, quindi ogni singolo libro evoca dei ricordi particolari.
Nel caso de “Il superstite” per esempio vivevo ancora nella mia mansarda, l’ho scritto durante un’estate caldissima e l’appartamento era bollente, però volevo ambientare questa storia in pieno inverno. Quindi, ho dovuto mentre fuori c’erano 30 gradi immaginare i miei personaggi muoversi in un inverno gelido e pieno di neve: credo che nel libro faccia così freddo proprio perché ho dovuto metterci tanta energia.

17) Caro studia psicologia ed è convinta che le persone siano un mistero dietro le loro maschere. Nella tua vita hai incontrato molte maschere?
Io penso che Caro ci dica una cosa molto importante, che ognuno di noi porta sempre tante maschere, con tutti: ci sono tante maschere diverse, in qualsiasi giorno della nostra vita. Io oggi, per esempio, indosso la maschera del passeggero, dell’ospite dell’hotel e del ristorante, dello scrittore che viene intervistato, e anche quella del marito atteso. Ma se le mettiamo insieme tutte non è per forza negativo, ma salta fuori la persona che siamo.

18) Nel libro si parla anche di bullismo. Che dimensioni ha il fenomeno in Germania?
Se ne discute tantissimo. Due anni fa, quando ancora lavoravo in ambito psichiatrico, ho avuto modo di occuparmi di due vittime di cyber-bullismo. Internet ha mostrato un certo aspetto dell’essere umano che altrimenti non sarebbe probabilmente emerso. Attraverso l’anonimato che garantisce la rete, alcuni osano fare cose che altrimenti non avrebbero mai fatto, con effetti a volte decisamente drammatici. È un modo per distruggere psicologicamente una persona. In Germania purtroppo la situazione sta peggiorando. Non vorrei sembrare uno di quei vecchietti che ce l’ha sempre con i giovani, però è anche vero che oggi ci troviamo di fronte a delle situazioni che non avremmo mai immaginato potessero esistere. Soprattutto, stiamo perdendo il rispetto per gli altri e il compito della mia generazione è di insegnarlo di nuovo ai nostri figli, anche quando sono più deboli o la pensano diversamente. Dobbiamo insegnare che va dato a tutti il rispetto che noi ci aspettiamo dagli altri.

19) Il libro è stato terminato l’estate scorsa. Cosa hai fatto in questi mesi?
Ho cominciato a scrivere un nuovo libro. Sono una persona estremamente superstiziosa e quindi mi comporto come quando ti sta per nascere un bambino, ma non vuoi dire il nome prima della nascita. È ancora una storia terribile, con un argomento molto particolare, che mi sta estremamente a cuore. Il mio editore tedesco, quando gli ho raccontato la mia idea, era scioccato e mi ha chiesto se ero proprio sicuro di portare avanti un progetto simile. Io ovviamente non mi sono fatto fermare e tra un mese lo finisco. In Germania uscirà la prossima primavera e poi arriverà anche in Italia. Di cosa parla? Vi do solo un indizio: di bambini.

Non mi resta quindi che consigliarvi di leggere l’ultima fatica di Wulf Dorn, in attesa di farci spaventare ancora di più dal suo prossimo libro!

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