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BREAKFAST WITH… WULF DORN

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Come anticipatovi nell’ultimo post, un paio di settimane fa ho avuto il privilegio di partecipare ad un’intervista di gruppo con lo scrittore tedesco di best seller Wulf Dorn, di cui è appena uscito “Incubo” per Corbaccio. Wulf nei suoi romanzi sa essere molto cupo ma è stato bello scoprire che di persona invece è un uomo brillante e molto ironico. Abbiamo affrontato argomenti anche molto seri, come il dolore e la morte, ma al momento giusto lui aveva sempre una battuta per alleggerire la tensione. Eccovi quindi le domande più interessanti emerse da questo interessante confronto (per cui ringrazio molto lo staff della casa editrice Corbaccio, Wulf Dorn e la sua bravissima interprete):

1) Questo libro presenta una novità sostanziale rispetto ai precedenti: il protagonista è un ragazzo, non un adulto come negli altri libri, e il nemico è la paura. Perché questa scelta?
Questo romanzo affronta il modo di elaborare la paura della perdita, e per una volta mi interessava partire dal punto di vista di un ragazzo, perché trovarsi proprio nel momento di passaggio tra l’infanzia e l’essere adulti rappresenta secondo me un processo estremamente interessante, che tocca tutti. È il momento in cui ci troviamo di fronte alle nostre prime vere paure. Durante l’infanzia non hai mai paura di perdere qualcosa o qualcuno, tutto ciò comincia solo quando entri a far parte del mondo degli adulti. Proprio il tema della perdita assume dunque grande importanza, perché nel bambino non c’è mai l’idea di perdere qualcuno attraverso la morte, sei solo proiettato nella vita. Ma se, proprio in questo momento, fai sì che il tuo personaggio perda qualcuno, questa perdita acquisisce un’intensità maggiore che se avvenisse in un altro momento della vita.

2) C’è una scena che ti ha coinvolto particolarmente mentre scrivevi?
Una scena molto intensa secondo me è quella che si svolge nel vecchio hotel, quando i ragazzi lo scoprono e ci entrano per la prima volta. Trovo molto affascinante che dei personaggi giovani vadano incontro al passato attraversando queste rovine. C’è uno scambio tra presente e passato, è una scena molto emozionante, dove ho veramente provato la sensazione di essere lì con loro.

3) Secondo te è più difficile sopportare una grave perdita da giovani oppure ad una certa età?
Domanda difficile: però direi che in ogni fase della nostra vita affrontare questi dolori è sempre terribile. Quando sei giovane e inesperto, queste cose ti colgono impreparato e la grande difficoltà sta proprio nel fatto che non hai gli strumenti per reagire. Per quanto riguarda invece la mia esperienza personale, anche se ho dovuto affrontare questa cosa quando ero già ultraquarantenne, è stato comunque molto complicato, perché avevo costruito una relazione in tanti anni e poi avevo perso la persona alla quale avevo voluto bene, quindi è stato difficile affrontare la situazione, ma soprattutto accettarla, anche se in verità non è che hai molta scelta. L’unica cosa che puoi fare è accettare e provare a guardare avanti. Credo che in ogni fase della nostra vita questo tipo di esperienza sia complessa, così come trovare gli strumenti adatti per elaborarla.

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 4) All’inizio del libro scrivi “Niente dura per sempre. La sicurezza è un’illusione. Simon Strode fece questa amara esperienza un sabato di marzo”. Cosa significa per te sicurezza e quanto è importante essere al sicuro?
Direi che la sicurezza è ciò che ci dà stabilità. Nel vita dobbiamo tutti imparare che questa sicurezza non ci proviene dall’esterno, ma è qualcosa che abbiamo dentro di noi: quando tutto attorno a noi va male, possiamo trovare dentro di noi qualcosa che ci dia energia e fiducia tali da riuscire a gestire meglio le situazioni difficili. Per me, almeno, è così. La sicurezza me la dà la fiducia nei miei mezzi, nel saper riuscire a trovare una via nel momento della difficoltà,  per reagire e guardare al futuro.

5) Tu parti con un riferimento a Cappuccetto Rosso. Qual era la favola che proprio non sopportavi da bambino?
Non c’è nessuna favola che non mi piacesse, tuttavia ci sono alcune favole che mi hanno particolarmente colpito, soprattutto certe scene mi sono rimaste fissate nella memoria. Una di queste è ne “La guardiana delle oche” dei fratelli Grimm, dove si narra di una ragazza che parla in continuazione con la testa tagliata di un cavallo, una scena veramente raccapricciante: mi è rimasta impressa anche se non ricordo più tutta la storia. E poi ci sono dei personaggi delle favole che ricordo in modo particolarmente vivido, come il lupo cattivo che è un simbolo molto preciso, direi addirittura freudiano, di tutto ciò che è negativo e cattivo – e quindi sta molto bene sulla copertina del mio romanzo! La cosa impressionante è che rileggendo certe favole da adulti se ne notano i tratti più “horror”, se ne potrebbe trarre un film di genere, altro che cartoni di Walt Disney! Basta pensare al cannibalismo di Hansel e Gretel o alla matrigna di Cenerentola che danza con i piedi insanguinati (sempre nella versione dei Grimm), eppure sono storie che si leggevano tranquillamente ai bambini. Se io oggi inserissi una scena del genere in uno dei miei libri, il mio editor mi direbbe “dacci una limatina per favore, sei troppo brutale!”

6) Qualcuno ti ha ispirato il personaggio di Caro oppure è solo frutto della fantasia?
Volevo che Caro fosse un personaggio all’opposto di Simon: parte all’offensiva e con la sua spontaneità lo aiuta a diventare grande. In comune hanno questo fatto di sentirsi costantemente persi in una sorta di terra di nessuno al confine tra l’infanzia e l’età adulta. Non sanno mai dove si trovano, non sono mai accettati né da una parte né dall’altra. Credo che questo personaggio sia stato in qualche modo influenzato dalle mie giovani lettrici, che mi scrivono spesso e mi mandano molte fotografie. Aggiungo però un dettaglio sulle scarpe di Caro: una sera ero a un concerto con amici e accanto a me c’era una ragazzina proprio con quelle stesse scarpe. Quando le ho viste, ho capito subito che Caro le avrebbe indossate la prima volta che entra in contatto con Simon, che le nota immediatamente. In questo modo riesco a renderla più viva e reale, perché sono qualcosa di stravagante. (sono scarpe con i teschi, n.d.r.)

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7) Quanto è stato difficile, a livello emozionale, costruire un finale come quello del libro? È da interpretare come la chiusura di un cerchio oppure, viceversa, come una discesa ancora più forte attraverso un baratro?
È sempre difficile parlare pubblicamente della fine di un libro senza fare spoiler però in qualità di autore hai un grande vantaggio: quando cominci a scrivere un romanzo ne conosci già la fine. Almeno, per me è così: quando comincio la stesura di un libro so già anche come andrà a finire. Effettivamente è un finale molto emotivo e mi ha impegnato tantissimo. Detto questo, io poi mi pongo in maniera neutrale e lascio al lettore la facoltà di decidere come potrebbe evolversi, se in senso positivo o negativo. In generale, questo è un finale aperto. Tutta la questione ruota attorno a cosa il lettore crede che possa accadere in seguito ai personaggi.

8) Tu hai lavorato a lungo come logopedista. Quanto ti ha aiutato questa professione nell’essere scrittore? C’è  qualcosa di autobiografico nei tuoi romanzi oppure no?
C’è tutta l’esperienza legata alla mia professione, che è durata 20 anni e che però si lega bene con il bisogno di creare con la fantasia. Quando ho cominciato a scrivere, anni e anni fa, ho scritto soprattutto dei racconti horror, con fantasmi e personaggi terribili, fino a quando poi ho capito che dietro a questi fantasmi se ne celavano degli altri: sono quelli che vivono dentro di noi, nel subconscio, nelle nostre paure e nelle nostre ansie. Quello è stato il momento in cui ho capito che potevo passare dall’horror classico a questo nuovo genere, lo psicothriller. In questo senso, dunque, la mia professione mi ha dato una mano. Quando creo un personaggio, la prima cosa a cui penso è il suo punto di vista psicologico: quali sono le sue caratteristiche e quali sono le sue paure. In questo senso mi sembrava che Simon fosse il personaggio ideale da mettere nella mia storia, perché si inserisce in maniera perfetta all’interno di un cambiamento drammatico.

9) Che cos’è un incubo per te e quanto può essere spaventoso?
Io direi che per me l’incubo è qualcosa che va nella stessa direzione dell’incubo di Simon: la perdita di una persona cara. Però non è così legata a un’immagine come accade a Simon, non c’è il lupo: nel mio caso è qualcosa di più emozionale e meno figurativo. Nel caso di questo romanzo, l’incubo ricorrente di Simon era uno strumento stilistico che mi consentiva di mostrare le paure del personaggio, perché è sempre difficile descriverle a parole.  

Al di là di quello, la cosa che mi fa più paura è ciò di cui sono capaci gli esseri umani, soprattutto i fanatici. Mi fa molta paura il fanatismo: qualunque forma esso assuma, politica o religiosa, si tratta sempre di una cosa pericolosa. 

10) Qual è il luogo in cui hai più paura?
Mi è capitato una volta di trovarmi in una grande città, dopo un tour promozionale e prima dell’avvento di Google Maps: era notte fonda, non c’era nessuno per la strada e mi sembrava di sentire dei rumori, quindi ho avuto paura che da dietro il primo angolo saltasse fuori qualcuno che mi voleva aggredire. Diciamo che sono più contento quando sto in mezzo alla gente.

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11) Quali sono i tre scrittori che ti hanno ispirata di più?
Difficile sceglierne solo tre! Però direi che un ruolo fondamentale l’abbia avuto Stephen King: 3 anni fa ho avuto modo di conoscerlo ed è un personaggio affascinante quanto i suoi libri, pieno di umorismo. Anche suo figlio Joe Hill, di cui sto leggendo un libro adesso, scrive in una maniera fantastica, è pieno di fantasia. E poi mi piace molto anche Neil Gaiman.

 

12) Nel libro parli di come riconoscere le persone giuste, quelle di cui fidarsi, ma dici anche che lo scrittore vive fuori dalla realtà. Questo è un rischio reale?
Gli autori, ma questo vale anche per gli attori, sono delle persone che si muovono tra vari mondi, tra quello della realtà – tipo quando al mattino mia moglie mi dice di portare giù la spazzatura – e quello del personaggio che sto creando. Volendo esagerare, mi muovo tra i bidoni della spazzatura e un personaggio destinato a salvare le sorti del mondo. Credo che il pericolo, in certe situazioni della vita, sia che si preferisca ritirarsi nel mondo virtuale e nascondersi lì.

13) Qual è il libro che ti ha fatto più paura?
Penso “L’esorcista”, l’ho trovato veramente terrificante. In Germania è uscito anche l’audiolibro, letto da un attore favoloso che ti fa venire la pelle d’oca. 
Molti anni prima c’era stato un autore inglese, M.R. James, autore della storia più terrificante che mi sia capitato di leggere, anche se non è un horror in senso stretto, “Lost Hearts”:  dopo averlo letto credo di non essere più stato capace di andare in bagno da solo per un bel pezzo.

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14) Hai mai pensato di scrivere qualcosa di diverso dai thriller?
Lo so che adesso vi metterete a ridere, però stavo pensando a un libro di cucina! Con delle ricette italiane, perché ritengo che la vostra cucina sia veramente la migliore. Ogni regione ha delle specialità fantastiche e vorrei fare una sorta di giro d’Italia raccogliendo ricette, ma non quelle dei ristoranti, bensì quelle della nonna, di famiglia, che si tramandano di generazione in generazione e di cui si va così fieri.

15) Hai delle abitudini, delle manie di scrittura particolari? Come e dove scrivi?
Sono uno scrittore noioso e ho una giornata di lavoro estremamente normale. Alle sei ci alziamo, alle sette mia moglie, neurologa, esce per andare al lavoro e io comincio a scrivere. Faccio una pausa di metà mattina e una per il pranzo. Se dopo questa pausa non ho lavorato troppo e me la sento riprendo a scrivere, ma non è detto. Se non continuo faccio cose esaltanti, tipo la dichiarazione dei redditi ;-), oppure rispondo alla posta e mantengo i contatti con i lettori. Poi mi dedico al giardino e alla casa, oppure esco a fare un giro.
La musica mi serve per creare delle atmosfere, per scrivere determinate scene, ma durante la fase di scrittura vera e propria in genere non ascolto musica, ho provato ma non ha funzionato. Ho dei suoni, abbastanza monotoni e con una valenza ipnotica, che mi aiutano a mettere a fuoco il testo e a concentrarmi meglio. Un’altra cosa che mi aiuta è il tempo: quando fuori piove spalanco la finestra e ascolto il rumore della pioggia.

16) A quale dei tuoi libri ti senti più legato emotivamente?
È una bellissima domanda che mi viene posta spesso, ma è come chiedere a un papà qual è il suo figlio preferito. Per ogni libro si crea un rapporto particolare nel periodo di tempo che impieghi a scriverlo. In quest’anno tante cose si mettono in movimento, cambiano, ci sono rapporti personali che subiscono un’evoluzione, quindi ogni singolo libro evoca dei ricordi particolari.
Nel caso de “Il superstite” per esempio vivevo ancora nella mia mansarda, l’ho scritto durante un’estate caldissima e l’appartamento era bollente, però volevo ambientare questa storia in pieno inverno. Quindi, ho dovuto mentre fuori c’erano 30 gradi immaginare i miei personaggi muoversi in un inverno gelido e pieno di neve: credo che nel libro faccia così freddo proprio perché ho dovuto metterci tanta energia.

17) Caro studia psicologia ed è convinta che le persone siano un mistero dietro le loro maschere. Nella tua vita hai incontrato molte maschere?
Io penso che Caro ci dica una cosa molto importante, che ognuno di noi porta sempre tante maschere, con tutti: ci sono tante maschere diverse, in qualsiasi giorno della nostra vita. Io oggi, per esempio, indosso la maschera del passeggero, dell’ospite dell’hotel e del ristorante, dello scrittore che viene intervistato, e anche quella del marito atteso. Ma se le mettiamo insieme tutte non è per forza negativo, ma salta fuori la persona che siamo.

18) Nel libro si parla anche di bullismo. Che dimensioni ha il fenomeno in Germania?
Se ne discute tantissimo. Due anni fa, quando ancora lavoravo in ambito psichiatrico, ho avuto modo di occuparmi di due vittime di cyber-bullismo. Internet ha mostrato un certo aspetto dell’essere umano che altrimenti non sarebbe probabilmente emerso. Attraverso l’anonimato che garantisce la rete, alcuni osano fare cose che altrimenti non avrebbero mai fatto, con effetti a volte decisamente drammatici. È un modo per distruggere psicologicamente una persona. In Germania purtroppo la situazione sta peggiorando. Non vorrei sembrare uno di quei vecchietti che ce l’ha sempre con i giovani, però è anche vero che oggi ci troviamo di fronte a delle situazioni che non avremmo mai immaginato potessero esistere. Soprattutto, stiamo perdendo il rispetto per gli altri e il compito della mia generazione è di insegnarlo di nuovo ai nostri figli, anche quando sono più deboli o la pensano diversamente. Dobbiamo insegnare che va dato a tutti il rispetto che noi ci aspettiamo dagli altri.

19) Il libro è stato terminato l’estate scorsa. Cosa hai fatto in questi mesi?
Ho cominciato a scrivere un nuovo libro. Sono una persona estremamente superstiziosa e quindi mi comporto come quando ti sta per nascere un bambino, ma non vuoi dire il nome prima della nascita. È ancora una storia terribile, con un argomento molto particolare, che mi sta estremamente a cuore. Il mio editore tedesco, quando gli ho raccontato la mia idea, era scioccato e mi ha chiesto se ero proprio sicuro di portare avanti un progetto simile. Io ovviamente non mi sono fatto fermare e tra un mese lo finisco. In Germania uscirà la prossima primavera e poi arriverà anche in Italia. Di cosa parla? Vi do solo un indizio: di bambini.

Non mi resta quindi che consigliarvi di leggere l’ultima fatica di Wulf Dorn, in attesa di farci spaventare ancora di più dal suo prossimo libro!

BOOKS FOR BREAKFAST #33 – INCUBO

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INCUBO

Wulf Dorn

Corbaccio

Simon è un ragazzo difficile, rinchiuso da sempre nel suo mondo. La sua vita precipita in un incubo dopo la morte dei genitori in un terribile incidente d’auto, dal quale Simon esce miracolosamente illeso, ma da allora, soffre di fobie, allucinazioni, sogni che lo tormentano ogni notte. Costretto a trasferirsi dalla zia Tilia dopo un periodo di riabilitazione in ospedale, passa le sue giornate esplorando la campagna sulla bicicletta del fratello Michael. Nella zona sembra aggirarsi un mostro: una ragazza è scomparsa, e una notte si perdono le tracce anche di Melina, la fidanzata di Michael, il quale diventa l’indiziato principale. Insieme a Caro, una ragazza solitaria che ha conosciuto nella sua nuova scuola, Simon affronta le proprie paure più nascoste e va a caccia del lupo che miete le sue vittime nel bosco di Fahlenberg. Ma niente è come sembra…

Il nuovo psicothriller di Wulf Dorn, autore da 400.000 copie solo in Italia, viene definito dalla stampa “oscuro, inquietante, avvolgente”. E non potrebbero esserci aggettivi migliori. La vicenda è oscura, i personaggi inquietanti e la trama ti avvolge. Una volta iniziato, difficile metterlo giù. Fin dalla prime pagine ci si ritrova accanto a Simon a far parte di quello che lui stesso chiama “il club dei fuori di testa” e a cercare di elaborare il lutto per la terribile morte dei genitori. Lo si accompagna passo passo nel suo trasferimento a casa della zia e nelle sue scorribande in bicicletta, ci si emoziona con lui quando conosce Caro, la ragazza con i teschi sulle scarpe, e quando si relaziona con il fratello, con cui ha un rapporto strettissimo di complicità ma anche qualche scontro a causa del fatto che non vivranno più assieme come Simon invece si aspettava. Anche gli incubi di Simon sono descritti in maniera tale da avvolgere completamente il lettore e proiettarlo all’interno della spirale di paura e angoscia del protagonista: in questo devo dire che Wulf Dorn è bravissimo! La mia unica delusione in merito a questo libro riguarda il fatto che ho indovinato il finale parecchie pagine prima: devo però dire che pur avendo intuito come si sarebbero svolti i fatti l’autore è stato davvero bravo a costruire la scena finale, e in particolare l’ultimo breve capitolo di epilogo mi ha addirittura commosso.  Quindi “INCUBO” è comunque un libro perfetto per passare due ore avvolti dalla paura, quella più irrazionale, quella dei lupi travestiti da agnelli, quella che abita il subconscio di ognuno di noi e a cui cerchiamo di non dare mai forma per non spaventarci troppo. Allo stesso modo, gli spunti di riflessione e di approfondimento, una volta chiuso il libro, sono davvero tantissimi. Di parecchi di questi ho avuto modo, grazie alla disponibilità della casa editrice Corbaccio, di parlare direttamente con l’autore. E’ stata un’intervista di gruppo molto interessante, profonda ma anche molto ironica: si è parlato di paura, di incubi e di maschere, ma anche di musica e libri. Per leggerla, non perdetevi il post di domani! 

BOOKS FOR BREAKFAST # 32 – IL CANE A 3 ZAMPE DI GALINA PETROVNA

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IL CANE A TRE ZAMPE DI GALINA PETROVNA

Andrea Bennet

Longanesi

Una settantina d’anni molto ben portati, vedova da quaranta, senza figli, Galina Petrovna vive per la sua adorata cagnolina a tre zampe Boroda, in una placida quotidianità che si divide fra la casa, l’orto e il centro ricreativo per anziani di Azov, la cittadina russa dove ha sempre vissuto. Fedele alle proprie convinzioni, Galina (Galja per gli amici) rifiuta la corte del mite pensionato Vasilij, come rifiuta di mettere il collare alla sua Boroda, così chiamata per la sottile barbetta a punta che le conferisce un’aria molto simpatica. Ma Galja non sa che il mondo è spaccato in due: c’è chi come lei adora gli animali, li ama come se fossero esseri umani, e chi li odia ferocemente. Un giorno, proprio perché libera di vagare fra il giardino e la strada, Boroda viene imprigionata nel furgone del Disinfestatore, l’accalappiacani della città, e portata via. Galja chiede disperatamente aiuto a Vasilij, che le mette a disposizione il proprio sgangherato sidecar. Partiti all’inseguimento del furgone, i due anziani iniziano un’avventura che farà sorridere e commuovere allo stesso tempo, e che ci immergerà in una provincia russa post-sovietica dove il tempo sembra essersi fermato, popolata di personaggi vivaci, riottosi, imprevedibili. In poche parole, incredibilmente umani.

Non credo che avrei notato questo libro se non avesse avuto questa splendida copertina: un cane e la Cattedrale di San Basilio. In altre parole, il mio animale preferito e uno dei posti – la Russia – che sogno di visitare quanto prima. Mi sono bastati altri due minuti per leggere al volo la trama per decidere che volevo leggerlo – e ho potuto farlo subito grazie alla disponibilità immensa della casa editrice Longanesi (che ringrazio di cuore). Ed ecco i motivi per cui dovreste leggerlo anche voi:

  • i personaggi: strampalati, esuberanti, bizzarri e imprevedibili. Ognuno di loro racconta un pezzettino di sè ed ecco che anche la caratteristica più astrusa diventa normalità per quella persona e per il suo vissuto. Dovremmo ricordarcene anche nella vita 😉 
  • la descrizione della Russia moderna: precisa e puntuale, ti sembra di essere lì con i personaggi tanto le parole di Andrea Bennett riescono a trasportarti nei luoghi di cui parla. 
  • l’autrice di cimenta con dei modelli di riferimento mica da ridere – i grandi classici russi – e ne esce vincente, dimostrando di essersi formata su una letteratura alta che le fa da guida nel raccontare la Russia seppur decenni dopo
  • lo stile: interessantissimo e mai banale. Addirittura adattato ad ogni diverso personaggio per fartene comprendere ancora di più le peculiarità. 
  • la trama in sè merita: è il racconto di un viaggio, una donna alla ricerca del suo cane a tre zampe catturato da un accalappiacani e di tutto ciò che il tragitto le metterà di fronte. Durante questo percorso si resta incollati alle pagine per saper cosa succederà alla prossima svolta. Ed è proprio quello che un buon libro deve fare, no?! 

BOOKS FOR BREAKFAST # 32 – LA RICETTA SEGRETA PER UN SOGNO

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LA RICETTA SEGRETA PER UN SOGNO

Valentina Cebeni

Garzanti

Il primo profumo che Elettra ricorda è quello del pane appena sfornato e dei biscotti speziati. Nella panetteria in cui è cresciuta ha imparato da sua madre che il cibo è il modo più semplice per raggiungere il cuore delle persone. Ma adesso che lei non può più occuparsi del negozio e ha lasciato tutto nelle mani di Elettra, i suoi dolci non hanno più questo potere. E tutte quelle domande rimaste in sospeso tra loro non hanno una risposta. Domande su un passato che la donna non ha rivelato a nessuno, nemmeno a lei, sua figlia. Elettra, persa e smarrita, sente di non avere altra scelta: deve fare luce su quei silenzi. Eppure in mano non ha altro che una medaglietta con inciso il nome di un’isola misteriosa, e una ricetta: quella dei pani all’anice che sua madre cucinava per sconfiggere la malinconia e tornare a sorridere. Proprio quei dolci le danno la forza per affrontare il viaggio verso l’isola del Titano, un pezzo di terra sperduto nel Mediterraneo la cui storia si perde in mille leggende. Se su un versante la vita scorre abitudinaria, sull’altro solo cortei di donne vestite di nero solcano stradine polverose che portano al mare. Un luogo in cui ogni angolo nasconde un segreto, una verità solo accennata. Un luogo in cui risuona l’eco di amori proibiti e amicizie perdute. Ma Elettra non ha paura di cercare, di sapere. Deve scoprire come mai il vento dell’isola porta con sé gli stessi sapori della cucina di sua madre, la stessa magia dei suoi abbracci che la facevano sentire protetta quando era bambina. Deve scoprire il legame tra la donna più importante della sua vita e quel posto. Perché solo così potrà ritrovare sé stessa. 

Questo libro ha qualcosa di magico. Sarà la splendida copertina, saranno i profumi e i sapori che escono dalle pagine, sarà la storia originale o l’ambientazione in una terra splendida, fatto sta che io me ne sono innamorata. Fin dalle prime pagine mi sono immedesimata in Elettra, che si trova in un momento no della sua vita, con la mamma in un letto d’ospedale e il lavoro, che neppure voleva, che non va come dovrebbe. E’ facile tifare per lei e appoggiare la sua decisione di dare una svolta a questa situazione stagnante; è interessante seguirla sull’isola e accompagnarla alla scoperta di qualche piccolo mistero ma soprattutto della sua identità. Cosa le ha nascosto a sua famiglia? Come mai proprio su quell’isola, nel vecchio forno di un convento sconsacrato, trova un libro di ricette di sua madre? Piano piano Elettra si abitua ai ritmi del convento e gli si legherà talmente tanto da volerlo difendere dalle mire commerciali del sindaco, grazie anche alla ritrovata passione per la cucina e all’aiuto di un certo Adrian…. 

Lo stile raffinato ma allo stesso tempo scorrevole del romanzo fa scorrere le pagine tra le dita molto in fretta.  I personaggi sono ben caratterizzati e ti sembra quasi di vederli muovere, il mare blu sullo sfondo… Inevitabile però farsi venire un certo languorino perchè le descrizioni di profumi e sapori sono davvero coinvolgenti; non solo, il libro è disseminato di ricette che potrete provare a replicare! Anzi, cliccate QUI per scoprirne qualcuna :-).

In definitiva quindi non mi resta che consigliare questo romanzo, ringraziando di cuore Garzanti per la copia in ebook (anche se con una copertina così bella ho odiato il corriere che si è perso il mio cartaceo) perchè Valentina Cebeni mi ha portato in un mondo molto distante dalla mia realtà metropolitana immergendomi in un vortice di farina, pane da impastare, mare stupendo e piccoli misteri da dipanare tra un bicchiere di vino speziato e un dolce alle pesche. In pratica, un bellissimo viaggio senza alzarmi dalla poltrona. 

BOOKS FOR BREAKFAST # 31 – LA VITA SEGRETA E LA STRANA MORTE DELLA SIGNORINA MILNE

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LA VITA SEGRETA E LA STRANA MORTE DELLA SIGNORINA MILNE

Andrew Nicoll

Sonzogno

Questo libro mi ha incuriosita prima ancora di arrivare in libreria, grazie ad un comunicato stampa molto promettente. Mi aspettavo davvero tanto e grazie alla splendida Valentina di Sonzogno ho avuto il privilegio di poterlo leggere subito. Eccolo quindi di diritto tra i miei Books For Breakfast in questa primavera ricca di libri. 

Nulla è come sembra a Broughty Ferry, tranquillo paesino sulla costa scozzese. Jean Milne, ad esempio, è una matura zitella che vive sola in una lussuosa villa di ventitré stanze (quasi tutte chiuse) ed è, per i suoi concittadini, un modello di rispettabilità. Eppure, quando viene trovata brutalmente assassinata nella sua abitazione con i piedi legati e il cranio fracassato, l’immagine pubblica, che così a lungo ha resistito, comincia a incrinarsi. Chi può avere ucciso in maniera tanto feroce una signora così riservata? E perché, di colpo, conoscenti e testimoni diventano elusivi e reticenti? E chi è l’uomo che, su carta violetta, le ha scritto, alla vigilia dell’assassinio, una lettera a dir poco personale? La notizia del crimine si diffonde rapidamente per tutta la Gran Bretagna, suscitando nei lettori delle gazzette una curiosità così morbosa che la polizia si sente subito sotto pressione: bisogna trovare un colpevole e bisogna trovarlo in fretta, anche a costo di qualche procedura non proprio scrupolosa. A indagare, con i più moderni ritrovati della scienza investigativa (siamo nel 1912), viene chiamato da Glasgow l’ispettore Trench, un esperto per i casi più difficili, affiancato dall’attento sergente Frazer, agente della polizia locale. Man mano che i due scavano nella vita della signorina Milne, i segreti della sua esistenza vengono a galla….

Il romanzo è basato su una storia vera e ricostruito grazie a una meticolosa ricerca negli archivi della polizia e nei giornali dell’epoca: già questo mi ha affascinata. Altro punto a favore: la narrazione in prima persona del sergente, che registra tutto ciò che succede con un tocco di ironia leggera e piacevole. Siamo nel 1912 ma ciò nonostante è facile calarsi  nel racconto grazie alla ricchezza dei particolari e alla narrazione, appunto, in prima persona (anche se viene saggiamente intervallata a quella in terza persona per avere uno sguardo più completo sulle vicende). Mi è sembrato più volte di essere in un giallo di Agatha Christie, quando nel classico paesino tranquillo sulla costa un brutale omicidio scuote le persone e mette in moto una serie di eventi volti a rivelare al lettori i segreti che si celano dietro le porte chiuse. Quasi quasi mi aspettavo di vedere comparire Miss Marple da un momento all’altro. Questo a parer mio è un pregio perchè è chiaro che la regina del giallo è un modello di riferimento importante per Andrew Nicoll. Unico difetto invece che ho riscontrato in questo romanzo, l’eccessiva lentezza. Pagine e pagine dove non succede granchè, e dove la signorina Milne del titolo è un po’ troppo sullo sfondo, rallentano un po’ la lettura; avrei preferito un ritmo un po’ più serrato. Le mie aspettative comunque non sono state deluse, anzi ho trovato questo libro davvero originale. Unica accortezza, non è un romanzo “per tutti” secondo me: quindi lo consiglierei a chi cerca un mistery diverso dal solito, a chi ama immergersi nelle tipiche atmosfere da giallo inglese, a chi ama i finali davvero sorprendenti (non posso dire altro!) ma nell’attesa ama gustarsi un bel prodotto letterario, a chi ama lo humor britannico e i racconti raffinati. 

PS: con Sonzogno le belle notizie non finiscono mai. Domani infatti sarò a Milano con lo staff della casa editrice per incontrare una bravissima scrittrice di gialli finlandese di cui non vedo l’ora di parlarvi! STAY TUNED! 

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  • E dopo il Padiglione doro per non scontentare nessuno ecco
  • A spasso nel tempo A Kyoto basta girare un angolo
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  • Come quando il sole brilla e il Padiglione Dorato scintilla
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